EVERY MAN IS AN ISLAND

                 

THE CALL

While I'm walking along the lake my telephone rings. I answer.
From the opposite side an incredibly old woman voice says : "It's me..."
"I'm sorry..I don't understand. Who's speaking?"
"Oh no, please forgive me. I must have called the wrong number..."
And she hangs up the phone.
I remain there, standing on my feet, for a long time.
There's a lot of wind. I ask myself if that was the truth, if she really got the wrong number...

LA TELEFONATA

Mentre passeggio sul lungo lago squilla il telefono. Rispondo.
Dall'altra parte una voce incredibilmente vecchia dice : "Sono io...."
"Mi scusi.." - dico - "..non capisco. Chi è lei?"
"Oh no, scusi lei ! Devo aver sbagliato numero..."
E riattacca.
Io resto lì, in piedi davanti alla riva, per un bel po' di tempo.
C'è un sacco di vento. Mi domando se sia proprio così...se abbia veramente sbagliato numero...

                  L'AMARO IN BOCCA

 

Da circa due mesi non sento piu' ne' odori ne' sapori. Cosi', di colpo. O, piu' precisamente, sapori e odori sono stati sostituiti e sovrastati da una specie di percezione costante di un qualcosa di amarognolo, chimico, abbastanza disgustoso. Ormai non mi va quasi piu' di mangiare, tanto qualsiasi cosa prende questo non-gusto, e anche davanti ad un banchetto di pesce fritto non sento proprio niente. Deprimente, ma e' vero che ci si abitua a tutto...
Comunque, quando ho realizzato questa cosa, sono andato dal medico.
Nella sala d'aspetto c'era solo un'anziana signora che aveva voglia di chiacchierare. Spiego. Si mette a ridere e mi dice : L'amaro in bocca! Guardi, faccia quello che vuole, tanto come e' arrivato, passera'!"
Il medico mi chiede : " sei per caso in cura dal dentista?" Rispondo, rincuorato : "Si' !"
Mi da una gran pacca sulle spalle. "Allora vedrai che appena finita la cura tutto torna a posto!"
Finisce la cura. Tutto rimane come prima. Vado dall'Otorinolaringoiatra, uno molto bravo. Mi visita, poi mi da una gran pacca sulle spalle e fa :"Lei non ha proprio niente!". Rispondo :" Bene. Ma allora...?" "Ah. Non so. Provi ad andare dal neurologo."
Vado dal Neurologo. E' giovane e comunicativo. Mi visita e mi dice : "sembri a posto. Ma l'unica cosa da fare e' una bella Risonanza Magnetica al cervello perche' le interruzioni dei canali olfattivi e del gusto arrivano da li' ". "Beh, e quindi?", dico io. Lui mi elenca una serie di possibili cause che vanno dal tumore al cervello ad altre tre o quattro cause non troppo piu' divertenti.
Poi, davanti al mio sguardo terrorizzato, mi da una pacca sulle spalle e dice :" ma non sara' niente, vedrai..! Pero' tu falla con urgenza, mi raccomando"
Comincio a cercare un posto dove fare con urgenza una RM. Trovo posto il 25 di luglio. Lo dico al neurologo che ulula " ti ho detto che e' urgente ! Devi farla prima!"
Sempre piu' agitato mi metto a cercare e trovo posto in una clinica sull'appennino toscano, dove me la fanno il 15 di luglio. Al termine chiedo al tecnico : " puo' dirmi qualcosa?". "No" - mi dice -"ci vogliono 8 giorni per il referto". Poi mi da una pacca sulle spalle e fa :" Coraggio! Cosa vuole che sia...?" 
Dopo una settimana torno alla clinica e ritiro il referto. E' scritto in una lingua totalmente incomprensibile. Lo leggo al telefono al mio neurologo. Non capisce neanche lui. Mi dice di chiedere al Medico che ha scritto il referto. In qualche modo lo becco e chiedo di tradurmi in italiano il referto. Mi dice :" guardi, in sostanza non appaiono neoplasie. Ma c'e' una cosa strana nel lobo temporale... una lieve traccia bianca, un inspessimento, una cicatrice, che alla sua eta' non dovrebbe avere." "Ehm..- chiedo - e cosa potrebbe essere?" .
"Mah...tutto e niente, dalla sclerosi a placche a qualcosa che non siamo in grado di capire. Magari facciamo un controllo fra qualche mese."
"Ah..- dico io - poteva andare peggio..."
Ci penso un momento e chiedo :" scusi, ma allora il mio disturbo da cosa dipende?"
"L'amaro in bocca, intende? Ah...boh...da nulla di neurologico certamente."
Poi mi guarda, mi da una pacca sulle spalle e aggiunge :" ma non si preoccupi! Queste cose arrivano e poi passano da sole..!!"

THE BITTER IN MOUTH

Since a couple of months I stopped feeling odors and flavors. Or, more precisely, flavors and odors have been replaced and topped by a kind of constant perception of something bitter, chemical, quite disgusting. Now I'm not going almost more to eat, as everything takes this non-taste, and even before a feast of fried fish do not feel anything. Depressing, but it 's true that you get used to everything ... Anyway, when I realized this, I went to the doctor. In the waiting room there was only an old woman who wanted to chat. I explain. She laughs and tells me: The bitter taste! Look, do what you want, but as itcame,it will pass! " The doctor asks me "are you under cure by the dentist?" I reply, heartened: "Yes!" It gives me a great pat on the back. "Then you'll see that just after the cure everything will be back in place!" The cure ends. Everything remains as before. I go to the otolaryngologist, a very good one. He visits me, then gives me a great pat on the back and says, "You don’t have anything." I reply: "Fine. But then ...?" "Oh. I do not know. Try to go to the neurologist." I go to the neurologist. He 's young and communicative. He visits me and says, "you seem to be ok. But the only thing to do is a Brain MRI,  because disruptions of olfactory and taste channels usually come from there '." "Well, so what?", I say. He lists a number of possible causes ranging from brain tumor to three or four not too most funny other causes.Then, in front of my terrified eyes, he gives me a pat on the back and says, "but there will be nothing! no, you will see ..! Anyway : just do it with urgency, I recommend" I begin to look for a place to make an urgent MRI. I find place on July 25. I say that to the neurologist who answers howling "I told you it is Urgent! You must do it first!" Getting more and more nervous I keep on trying and finally find a place in a diagnostic center on the Tuscan Apennines, where I do the MRI on July 15. At the end I ask the technician: "canyou tell me something?". "No" - he says - "it takes 8 days to the report." Then give me a pat on the back and says, "Come on! It will be ok...!" After a week I go back to the clinic and withdraw the report. It is written in a language totally incomprehensible. I read it on the phone to my neurologist. He doesn’t understand it either.He tells me to ask the doctor who wrote the report. Somehow I find him and askto translate the report in a plain language. He says, "look, basically there is not trace of neoplasms. But there is a strange thing in the temporal lobe ... a white trace, a thickening, a scar, that you should not have at your age'." "Um ..- I ask - and what could it be?" . "Well ... everything and anything, from multiple sclerosis to something that we cannot understand so far.. Maybe do a check in a few months. " "Ah ..- I say - it could have been worse ..." I think about it a moment and ask: "Excuse me, but then what my trouble depends on?" "The bitter taste, you mean? Ah ... boh ...  nothing neurological certainly." Then he looks at me, gives me a pat on the back and adds: "But do not worry! These things come and then pass on their own ..

!WORDS ARE GREY FLOWERS

Once upon a time everything sounded perfect.
They walked at the same pace, singing the same song made of words that immediateley returned to each other, with the same meaning.
Then the words began to fade, day after day, turning their shining color into a pale grey, as flowers drying without water.
When she changed the communication style and later disappeared, he went to the beach and walked through the debris left by the storm, then found a old rusty chair. He seated and said aloud all the words that were part of their love story language.
When he left the beach, on the ground among the debris, there were some grey flowers, close to the sea, as they were waiting for the tide to come.

 

 LE PAROLE SONO FIORI GRIGI

Una volta tutto sembrava perfetto. Loro due camminavano allo stesso passo e cantavano la stessa canzone, fatta di parole che immediatamente passavano dall'uno all'altra con il medesimo significato.
Poi le parole cominciarono ad sfaldarsi, giorno dopo giorno, cambiando il loro colore splendente in una specie di grigio pallido, come fiori che appassiscono senza acqua.
Quando lei cambio' stile di comunicazione e poi spari' del tutto, lui giro' a lungo tra i detriti lasciati sulla spiaggia dall'ultima tempesta, poi trovo' una vecchia sedia arrugginita.
Si sedette e comincio' a gridare al vento tutte le frasi e tutte le parole che per tanto tempo avevano rappresentato il loro comune linguaggio amoroso.
Quando se ne ando' dalla spiaggia, per terra, tra le macerie, c'erano alcuni fiori grigi che sembravano aspettare la marea.

 

THE FINAL DESTINATION

They noticed one each other at the station. They took the same train, seating in the same car.
They walked the same path to the Underground. They had dinner in the same restaurant and slept in the same hotel.
Early in the morning they had breakfast at the same time and causally shared the same orange jam.
They they took the same ferry boat, leading to a distant group of northern islands.
When they were approaching to the man's destination, he decided to say something before it was too late.
But she answered she was going to the most outlying island, to marry someone and to spend over there the rest of her life. That was her final destination.
Around midnight they both had the feeling of a door which had been gently but definitely closed.

 

DESTINAZIONE FINALE

Si notarono alla stazione. Presero lo stesso treno e sedettero nella stessa carrozza.
Fecero lo stesso percorso fino alla metropolitana. Cenarono nella stesso ristorante e dormirono nello stesso albergo. 
La mattina dopo fecero colazione alla stessa ora, molto presto, e casualmente divisero la marmellata d'arancia.
Quindi salirono sullo stesso traghetto, diretto verso un lontano gruppo di isole del nord.
Mentre il battello si avvicinava alla sua fermata, l'uomo decise di dire qualcosa, prima che fosse troppo tardi.
Ma lei rispose che stava andando nella piu' lontana delle isole, per sposare qualcuno e trascorrere il resto della propri vita li'. Quella era la sua destinazione finale.
Verso mezzanotte ambedue ebbero come la sensazione di una porta che si fosse appena chiusa, lievemente, ma definitivamente.

 

 EVERY MAN IS AN ISLAND

When I was a child my father told me that "every man is an island". So I decided that my destiny would have been that of emptying the sea for reducing the gap between my island and the others. I spent the most of my life doing this and I was so focused on the task to get unaware of a simple fact : the sea always remains the same, but the distance between the other islands and mine was costantly increasing...So I quit my job and found myself standing in front of the sea, crying : "Hey! Please, look at me! I'm here!! ".

OGNI UOMO E' UN'ISOLA

Quando ero molto piccolo mio padre mi disse che "ogni uomo e'un'isola". Cosi' io decisi che il mio destino sarebbe stato quello di svuotare il mare per ridurre lo spazio tra mia isola e le altre. Ho trascorso la maggior parte della mia vita facendo questo, ed ero talmente concentrato sul compito da non rendermi conto di un fatto evidente : il mare rimaneva sempre lo stesso, ma la distanza tra le altre isole e la mia stava aumentando costantemente. Cosi' lasciai il mio lavoro e mi trovai a gridare, davanti al mare : " Ehy!! Per favore guardatemi! Sono qui!!"

 

 

NOVELS

 

L’UOMO CHE INVENTO’ LA LUNA

Ormai era passata l’ora del tramonto,  e la blanda oscurità che si andava addensando gli fece venire in mente che forse le cose non erano visibili mentalmente quanto non potessero essere visibili fisicamente.Tutta la campagna gridava perché altri sensi emergessero, perché lo sguardo assumesse una forza creativa.Due galline e due conigli gli passarono davanti, sentì il grido fievole di uno strano uccello, si rese conto che i suoi passi esitavano e che tornare a casa non sarebbe stato così semplice, non per via dell’oscurità, ma perché la realtà delle cose non quadrava, ecco : non tornava, tutto quello che riusciva a vedere faceva parte di un quadro inutile, vecchio, modificabile, e non utilizzabile come immagine, per essere portato via, nella memoria. Allora guardò in alto, si immaginò che la sera non fosse più buia ma celeste, che tutto potesse essere celeste e che i rami fossero solo l’estensione della sua volontà descrittiva.Si immaginò uno spicchio di luce, nel celeste, prese due rami come segnali indicatori, fornì quello spicchio di sufficiente luminosità per mostrargli la strada di casa. Adesso finalmente andava bene. E la luna era perfetta, in un cielo tutto suo.

 

QUALCUNO AVEVA CREDUTO

 Qualcuno aveva creduto seriamente che fosse possibile. Così si misero in fila, montarono sui seggiolini, la macchina prese la rincorsa e loro cominciarono a scalciare in avanti, per proiettarsi verso il cielo e levarsi finalmente di dosso questa terra e il suo tremendo peso di gravità. Ma fin dai primi salti, mentre di rimbalzo tornavano indietro per essere ricaricati come delle molle, si resero conto che a ogni movimento, a ogni scatto, un pezzo dicielo si staccava. Pezzi di nuvole e orizzonti si sgretolavano come brandelli di intonaco in caduta libera. E a un certo punto non tornarono più indietro. Rimasero lì, in quella specie di balzo al quale avevano creduto. Fermi come l’immagine di un circo sul muro.

 

IL SERMONE DEL FIORE

 Lui si fermò da fioraio e, nonostante avesse solo pochi soldi in tasca, le comprò un mazzo di rose rosse, bellissime. Lei lo ringraziò sorridendo, ma poi gettò quasi tutto il mazzo in un cestino, e ne tenne solo una. Gliela porse e gli raccontò la storia del Sermone del Fiore di Buddha :

“Un giorno Buddha era atteso da una grande folla riunita per ascoltare uno dei suoi meravigliosi discorsi. Giunse finalmente. Si collocò davanti alla folla impaziente. Tutti questi uomini, tutte quelle donne, la moltitudine insomma, era come un alito ansioso che saliva a lui. Era un silenzio colmo di respiri, dove respiravano l’attesa anche gli animali e gli alberi. Buddha pronunciò allora il suo discorso : lo disse senza aprire la bocca. Tese verso la folla un fiore. Nient’altro. Alzò il fiore e non parlò. E non solamente i più devoti discepoli (tra i quali Mahakassyapa, che poi il fiore ebbe in dono) ma tutte le donne, tutti gli uomini, tutti gli animali, tutte le piante, tutti compresero il discorso del Fiore; ogni essere vivente lo capì a modo suo, come la sua mente e il suo cuore glielo suggerivano. Forse il discorso o Sermone del Fiore riassume l’essenza della vita di Buddha e del Buddismo.”

Anche lui sorrise. Si tenne la rosa. La mise in un vaso di vetro sul tavolo della cucina. Passò il tempo e la rosa non sfioriva mai. Intanto però lei era sparita. Lui aspettò, aspettò a lungo, finchè un giorno prese la rosa (che era sempre rossissima), aprì la finestra e la gettò di sotto. E fece tutto questo sempre sorridendo, certo di avere finalmente capito in pieno il Sermone del Fiore.

 

PORTAMI VIA

Tutto quello che è bello era un riflesso di cose non ancora avvenute, oppure mai capite, ogni sensazione era una sensazione di limite, uno spartiacque di percezioni, te lo dissi : allora com’è? Com’è vivere sempre e solo nella zona d’ombra? Dove i contorni del reale li vedi ma devi farteli raccontare da qualcuno. Tu, per favore, adesso levami quest’ombra di dosso, fammi accedere all’aspetto illuminato del mondo. Certo, dapprima penderà, assumerà movimenti incerti, si piegherà a ragioni di luce che non conosco, ma sarà il primo passo. Poi ce la potrò fare anch’io.Io li voglio raggiungere tutti, quelli che il Sole se lo sono dovuto inventare, quelli spariti, quelli dannati, quelli dimenticati, quelli disperati, non amati, infilati in un libro, in un segnalibro, in un ricordo, in una nostalgia per cose mai nemmeno successe. Portami via da questo trionfo di mezze tinte inutili, imprecise, improduttive, indecifrabili, creami una grammatica definita, accendi la luce, tra le stelle e le forme delle pietre, oltre i metalli e le case. Portami via, dal fragile al concreto, dall’ombra al Sole.  Portami dove vivono gli Eroi di mezzogiorno, che i fantasmi voglio lasciarli alla notte.

 

LA VERITA’, VI PREGO, SULL’AMORE

Sono passati più di trent’anni. Visto che la pausa pranzo era breve, e non avevo voglia di parlare con nessuno, avevo preso l’abitudine di andare al parco. Li’ c’era una panchina, vecchissima, tutta di un verde scrostato. Era anche traballante. Mi piaceva sedermi lì e mangiare in pace il mio panino lì. Un giorno mi accorsi che sullo schienale, tra le centinaia di cuoricini trafitti e iniziali e disegnini di vario tipo quasi illeggibili, c’era una scritta più lunga. Diceva : “Ho finito di leggere le poesie di W.H. Auden !!! Fantastico !!! Andate subito a comprarvele.. Non sapete cosa vi state perdendo!! Marco, ti Amo!!!” La sera stessa andai a comprare il libro, che ho letto, riletto all’infinito, e conservato sempre con me.

E, per il tempo che sono rimasto in quella città, a fare quel lavoro, ho continuato a passare le pause pranzo sulla panchina, per sentirmi in compagnia della sconosciuta che amava questo Marco. Qualche anno più tardi  mi capitò, percorrendo una vita completamente diversa, di passare da quelle parti e mi venne voglia di rivedere la panchina.

C’era ancora. Ma l’avevano ristrutturata, rivestita di una vernice bianco opaco plastificata. Riavvitata con cura, con nuovi elementi di ferro, e inchiodata al suolo. Ovviamente non c’era più nessuna scritta, nessuna dichiarazione d’amore, nessuna verità da inseguire. Mi colse un presentimento.

Quando tornai a casa cominciai a cercare affannosamente la mia copia di quel libro. E’ da allora che la cerco. Non l’ho più trovata.

 

DOVE E’ CASA TUA ?

 Il giorno del trasloco il cielo era grigio, faceva freddo e cadeva un fitto nevischio. Gli alberi intorno alla casa che lasciavamo erano ricoperti da una sottile polvere di ghiaccio. Tutto il giardino risplendeva, ma come di un bianco argento che si spegneva solo per rintanarsi in angoli lontani, oltre la sagoma della casa. Poi il camion finì di caricare tutto e partimmo. Così cominciarono a passare gli anni, e ne passarono tanti.

Poi, non molto tempo fa, mi capitò di scambiare qualche parola con una anziana signora che sedeva accanto a me in treno eleggeva “Lo Straniero” di Camus. Mi disse che non riconosceva il mio accento “Di dove è ?- mi chiese- Dov’è casa sua?” Risposi sorridendo che avevo cambiato tante case, tante città, ma che in fondo dove fosse la mia vera casa non lo sapevo. O forse sì. Ma lì – aggiunsi – era tutto freddo, ghiacciato, bianco, un po’ cattivo… “Quanti anni aveva quando se ne andò da lì?” Dissi : “diciotto”.

 La signora ci pensò un po’ su, mi guardò bene negli occhi, poi disse : “No, amico mio. Se quella è veramente LA CASA, la SUA casa, provi a tornarci adesso, e lo capirà subito.” “E da cosa lo capirò ?” “Dai colori. Intorno alla nostra vera casa, quando è arrivata l’ora giusta per ri-incontrarci, c’è sempre il segno della primavera. Vedrà!”

Così tornai, che era ancora inverno. Camminai a lungo per il giardino. Mi ci volle un po’ per trovarla ma alla fine la vidi. Era piccola, coloratissima, e, dietro, la casa si vedeva perfettamente.

 

 LA DONNA PIU’ FELICE DEL MONDO

 Quando il telefono cominciò a squillare lei si bloccò, di colpo, ferma,dritta e rigida, lì nel punto della piazza dove, già da due ore, girava e girava avanti e indietro senza fine, come se dovesse scavare un solco nell’asfalto, e i suoi lineamenti – divorati dall’ansia e dalla paura – si distesero in un grande sorriso. Un sorriso che le attraversava tutto il corpo, che la circondava, la portava via da se stessa, per stare ancora più vicina a se stessa.

Serrò le braccia intorno al proprio corpo,  per stringersi in una specie di auto-abbraccio.

Gli squilli si ripetevano, esplodevano quasi, la riempivano in tutto il corpo, le risuonavano dentro, come può fare il passaggio di un aeroplano a bassa quota, che con il rumore travolge le cose e ferma il movimento del mondo.

Ma lei era felice, si stringeva forte. Tutta la sua vita adesso era in quell’abbraccio che si concedeva.

Era felice. Era la donna più felice del mondo. Tanto felice che non le venne neanche in mente di rispondere al telefono, che continuò a squillare a lungo. Poi smise.

 

L’UOMO RELIGIOSO

Incontrava la ragazza ogni giorno, verso le 6. Lui usciva dall’ufficio e come attraversava la piazza, la vedeva sbucare dal portone della chiesa e prendere sveltissima per il portico davanti. Poi spariva, in pochi secondi, ma da quel poco che riusciva a notare, gli sembrava bellissima. Così decise di conoscerla e fece in modo di uscire un po’ prima per trovarsela di fronte.

Ma quel giorno la ragazza non appariva. A un certo punto, vinto dalla curiosità, entrò nella chiesa e, nonostante le dimensioni del luogo, la scorse subito, sulla destra, inginocchiata ad un confessionale.

Aspettò. Intanto guardava l’interno del posto, immenso, avvolto in un’oscurità che dal suolo, risalendo a mezz’aria per poi crescere seguendo l’altezza vertiginosa delle navate, portava al soffitto code di tinta nera progressivamente più cupe, più opprimenti, più fonde e impenetrabili allo sguardo. Sentì il bisogno di allentarsi il nodo della cravatta. Stava sudando. L’aria gli parve irrespirabile. La confessione durava ancora. “Dura un’eternità…” pensò..Non si vedeva più niente. Tutto pesante, tutto scuro. L’unica luce veniva da lumini fiochi accesi sotto un enorme quadro del quale non riusciva però a distinguere nulla.  Gli vennero in mente queste parole che aveva letto tanto tempo prima:

 “Durante quel Tempo alcuni felici discepoli fra gli ascoltatori videro il cielo riempirsi di dei che ascoltavano le parole del Maestro. Molti altri ebbero l’intuizione che il Cielo e la Terra erano riempiti di Dei e di uomini che ascoltavano la Dottrina. Alla vista di tutti la tenda di un arcobaleno apparve in un limpido cielo. Strumenti di sacrificio, parasoli e stendardi innumerevoliin nuvole di cinque colori colmavano il cielo. Cadeva una pioggia di cinque colori”.

La ragazza era ancora lì, in ginocchio, a confessarsi. Decise di uscire. “Basta” pensò, anche.

Di fronte alla chiesa, sotto il portico illuminatissimo c’era una folla di gente molto colorata che camminava e parlava e faceva chiasso.

“Questo è il NULLA” – pensò – “ed è la VITA, la mia, tutta mia, e non è pesante, nera. Non schiaccia, non chiude gli occhi, guarda i colori. Perché non c’è nessun peccato.”

Non si era mai sentito così religioso. Così vicino a Dio.

 

IO NON SONO UN LIBRO BIANCO

Fin da quando ero molto piccola tutti mi hanno sempre detto : “Ehh, a te si legge tutto in faccia !” Così, piano piano mi sono andata convincendo che ogni mio pensiero sarebbe stato sempre evidente, ben leggibile nei miei occhi e sul mio viso. Accettando questa idea, però, ho finito per accettare di non essere altro che un libro bianco, sempre da riempire da parte di qualcun altro. Amici, amiche, fidanzati. Io non c’ero : loro mi scrivevano, anzi, mi dettavano, quello che secondo loro doveva essere la mia vita.

E così sono passati gli anni e, convinta di non poter nascondere nessun pensiero e di essere trasparente, ho lasciato che tutti mi scrivessero addosso la “loro” vita. Così mi sono trovata con persone che non mi interessavano, in luoghi che non mi appartenevano a fare cose che non mi piacevano.

E questo è durato fino a ieri. Poi, ieri, mi sono svegliata e, senza neppure pensarci troppo, ho tirato giù la valigia da sopra l’armadio, l’ho riempita a casaccio di vestiti, l’ho chiusa, ho chiamato un taxi e mi sono fatta portare alla stazione. Ho preso il treno per il posto più lontano che mi venisse in mente, anzi, quello con il nome che suonava meglio.

Ma prima di partire ho comprato un bel blocco per appunti, bianco, rilegato.

Perché adesso è finalmente tempo che il mio libro non sia più bianco.

E per fare questo c’è solo un modo : che me lo scriva io, da sola.

E scommetto che nessuno, guardandomi, potrà più indovinare neanche la metà dei miei pensieri.

 

IL GESTO DEL DIFENSORE

 Alle cinque andò subito a casa, che quel giorno era stato una tortura.  Ma in casa si mise a camminare, dalla sala ala cucina, per fermarsi solo qualche istante alla finestra. Percorreva il corridoio avanti e indietro. Si accorse che non aveva neanche acceso le luci, e la tinta grigiastra che avvolgeva la casa gli fece venire in mente certi pomeriggi dell’ infanzia quando finiva di giocare e doveva fare i compiti. Camminando avanti e indietro fu tentato due o tre volte di rimettersi il cappotto. Guardava anche il telefono, di continuo, se per caso non lampeggiasse.  Alle fine senti male alle gambe e si buttò sulla poltrona della sala.  Accese la tv. Davano una partita di calcio. Era la partita della quale i colleghi avevano parlato tutto il giorno, scambiandosi commenti eccitati e pronostici, bisbigliando, in effetti, per non offenderlo con la loro allegria. Si mise a guardare, pensando a quanto tempo fosse passato dall’ ultima volta che aveva visto una partita.

"Innaturale"  che ci fosse il colore, gli venne da pensare, come se il tempo si fosse fermato anche in quell'oggetto, e gli sembrasse strano non vedere tutto in bianco e nero, come per lui oggi era tutto il resto.

Guardava cercando di capire chi giocava.

La prevalenza della squadra in maglia gialla era evidente. In pochi minuti era andata 3-4 volte vicina al goal e solo le parate strepitose del portiere avversario glielo avevano impedito. Si accorse di guardare con attenzione quel portiere.  Era alto e magro, in tenuta nera, con un cappellino a visiera.  Aveva la faccia triste. A ogni parata che faceva, balzando da una parte all'altra della della porta,  si rialzava con l’ espressione un po’ più triste. Poi arrivò il tiro imprendibile,  da lontano. Il portiere cadde giù e rimase a terra per qualche secondo, con la testa fra le mani, senza guardare il pallone in rete. Quando si rialzò andò lentamente verso il palo alla sua destra, allargando le braccia. Quasi a chiedere scusa a se stesso.

 

 A LETTER TO MYSELF

 Ho pensato spesso che ogni cosa è “impacchettata dentro di me”, come a dire : in qualsiasi momento vado, torno, arrivo, mi muovo, definisco, congelo, arretro, avanzo, stabilisco, magari torno da dove sono venuto e alla fine apro tutti questi pacchetti per vedere cosa c’è dentr. Per vedere chi sono, adesso.

O forse mi piace illudermi, perché ricordo un giorno di Natale di tanto tempo fa. Ero a New York, e scrissi una lettera a me stesso (chissà perché…)  sulla carta intestata della Chemical Bank, e poi chiusi la busta e ci scrissi sopra : “da non aprire, per nessun motivo”. E infatti sta ancora lì, e non l’ho mai più aperta. Non mi ricordo niente di quello che scrissi. Ma va bene così : è impacchettata dentro di me. E’ una specie di crocevia, dove – se mai la aprissi – potrei trovarmi davanti a un altro me stesso.

E questo perché la nostra libertà (l’unica, a pensarci bene) sta proprio nella possibilità che dobbiamo sentire praticabile per tutta la vita, di essere “qualcun altro” perché, in fondo, non esiste certezza, nemmeno di sapere chi siamo veramente.

A meno di non aprire quella lettera a noi stessi che tutti – in un modo o nell’altro – abbiamo scritto, chissà quando, per poi nasconderla, chissà dove.

 

 LA MUSICA NELLA CASA VUOTA

Qualche giorno dopo vennero a svuotare la casa.

Quello in tuta blu – che guidava il camion e doveva essere il capo – prendeva la roba dal marciapiede, dal punto dove gli altri la appoggiavano, e la disponeva sul camion.

Il più forte degli uomini era il pelato, un tipo alto, enorme, che indossava un grembiulegrigio e sudava a goccioloni e non parlava mai. O meglio : parlava con rapidi sguardi senza sorriso e con i gesti che ripeteva continuamente per levarsi il sudore dalla fronte.

Da solo portò giù il frigo, il tavolo della sala e il divano.

I due ragazzi invece si passavano le poltrone e i cassetti ridacchiando. Era da poco che facevano quel lavoro. Cose estive, da studenti.

Solo quando svuotarono la camera dei bimbi rimasero in silenzio per un po’, poi pensarono che loro non c’entravano e ricominciarono a parlare.

A mezzogiorno mangiarono un panino con la mortadella appoggiati al box di plastica rossa che avevano portato giù così com’era, pieno di giochi e di pupazzi.

Il ragazzo più grasso aprì una lattina di birra schizzando tutto sui giocattoli e il capo gli gridò : “Stai attento,  idiota!! “. Pensava che fosse una questione di rispetto, più che altro. Anche il pelato scosse la testa e un rivolo di sudore gli corse giù sul collo, fino al grembiule. Ormai il camion era pieno. Si sedettero tutti dentro, con un certo sollievo, ma il capo disse che era meglio fare un ultimo controllo e mandò su il pelato.

Mentre saliva le scale il pelato sentì dei rumori, anzi dei suoni, provenire dalla casa vuota. Era una musichetta allegra, molto ritmata. Si asciugò il sudore con la manica e cominciò a girare per le stanze, seguendo la canzone che echeggiava dappertutto.

Alla fine la trovò, per terra, in un angolo della sala da pranzo dietro la colonna: una radiolina nera accesa da chissà chi e dimenticata. Il pelato fece d’istinto un passo avanti, per andare a spegnerla, poi si fermò.

Si passò più volte la manica sulla faccia umida, guardando fisso il pavimento, poi si voltò e uscì. Ma prima di andarsene chiuse la porta della stanza.

 

IL MURO

Tutto è un’apparenza. Lui e lei siedono in due stanze diverse, a migliaia di chilometri di distanza e il muro che li divide, fatto di tempo e di lontananza e di indifferenza, sono stati proprio loro a costruirlo. Poi una sera, senza nessuna ragione particolare, ciascuno dei due comincia a scrivere una lettera all’altro che, naturalmente, ne è inconsapevole. Ma mentre scrivono hanno tutti e due come l’impressione che dalla’altra parte del muro ci sia qualcuno che conoscono, e sembra a tutti e due di sentire come un profumo antico ma familiare. Così, a distanza di migliaia di chilometri, continuano a scrivere con la sensazione che l’altro possa rispondere in qualsiasi momento. E anche che il muro si stia lentamente ma sensibilmente assottigliando.


LA DONNA CHE ATTENDEVA L’AMORE

La donna che attendeva l’amore non riusciva più a parlare con nessuno. E cominciò a parlare con se stessa. Quando ebbe ottenuto tutte le risposte che cercava, finalmente si alzò dal tavolo. Tutto intorno risplendeva il sole. Lei era diventata un’ombra.

 

NELLA STANZA ACCANTO

Mi sono sempre domandata se nella stanza accanto abitassero il passato, il presente o il futuro. Così, alla fine, decisi di aprire la porta e andare a vedere. Ma il dubbio di trovare prima di cercare mi fermò lì, sulla soglia, in un fermo-immagine che prolungherà la mia attesa per sempre.

La verità era nella mia stanza e non l’avevo mai vista.

 

L’UOMO CHE ARRIVAVA DA MOLTO LONTANO

L’uomo che arrivava da molto lontano voleva comprare un bel mazzo di margherite da portare alla donna che attendeva da tanto tempo. Ma la pioggia violentissima lo costrinse a ripararsi sotto il portico e girare avanti e indietro per ore. Poi, d’improvviso, il pavimento si aprì in un vortice di margherite danzanti e lui le raccolse, dapprima, poi le lasciò lì e la chiamò per telefono. “Vieni a vedere” le disse. “Saranno nostre per sempre. Danzeranno per noi. E io non andrò più via e tu non dovrai più aspettare”.

 

TUTTO IL RESTO DEL MONDO

Tutto il resto del mondo non è compreso in questa immagine. La verità è che per moltissimo tempo ho pensato che fosse bello rimanere qui, in un luogo vuoto, amichevole, poetico, privo di tinte forti, leggermente sfumato come in in fondo è giusto che siano i sogni. Ma la vita che passa mi chiama, il chiasso, le emozioni, le figure umane e i piaceri e i dolori e la bellezza e la felicità sono poco lontani. Pesanti, è vero, meno maneggevoli dei sogni , ma degni di un tentativo. Quindi ora è tempo di andare a raccogliere tutto quello che manca, portarmelo dietro, con il buio e i colori, le stagioni e ansie, portarmelo dietro e aggiungerlo, pezzo dopo pezzo, alla foto. Per completarla, per creare il mio mondo, imperfetto ma autentico.

PASSO DOPO PASSO

Passo dopo passo li sentirai salire le scale. Li sentirai girare la chiave nella toppa. Sentirai quei rumori delle cose che si rimettono a posto, quelle voci.

E l’istinto ti dirà di non farti trovare. Di nasconderti. Perché tutto intorno hanno già deciso che il gioco è finito. Che ti hanno trovato uno spazio nel mondo. Uno spazio piccolo e lustro che durerà tanto tempo.

Tu non ascoltare nessuna voce. Esci da sotto il letto. Apri la finestra e vola via. Che lo sai fare benissimo. Sei ancora in tempo.

 

LA COSTA DELLA JUGOSLAVIA

 “Guardate” – disse l’agente immobiliare a mio padre e mia padre, indicando il finestrone che si apriva sul terrazzo della nostra nuova casa e, poco più in là, oltre lo strapiombo,  sulla distesa del mare – “pensate che in certe giornate molto limpide si può vedere la costa della Jugoslavia !!” .

I miei erano già convinti, non solo per la posizione panoramica dell’appartamento, ma per me, bambino, che assistevo un po’ defilato e molto triste (perché questa storia del trasferimento da Roma ad Ancona non mi era ancora andata giù), l’idea di poter vedere la costa Jugoslava dalla finestra rappresentava un ideale magico e sconosciuto sul quale poter gettare uno sguardo. Così finii per insistere anch’io, e la casa fu presa.

E cominciarono a passare le mattine, quelle nebbiose, quelle nevose, quelle di pioggia, di sole e di vento, poi quelle radiose di piena estate, senza una sola nube nel cielo azzurro, e io non mancavo mai di dedicare almeno qualche minuto all’osservazione (a volte spasmodica) dell’orizzonte. Ma della costa della Jugoslavia niente, mai, nemmeno l’ombra..nemmeno una vaga sensazione. Poi arrivò la mattina del nuovo trasferimento. Intanto erano passati undici anni e io non ero più un bambino. Però un ultimo tentativo lo feci. Guardai, ancora, a lungo. Poi buttai la sigaretta di sotto e dissi : “ma vaffanculo, va, te e la costa della Jugoslavia!!” e me ne andai.  

Circa una decina di anni dopo mi capitò di trascorrere un lungo periodo proprio in Jugoslavia, per varie ragioni, e - dati i prezzi bassissimi – decisi di prendere in affitto una casetta, sulla costa, dalle parti di Zara.

Nel mostrarmi il terrazzo il padrone di casa mi disse : “Guardi, non ci crederà, ma in certe mattine limpide come questa,  si può vedere abbastanza bene la costa Italiana, e soprattutto Ancona !!” Ebbi un tuffo al cuore e puntai gli occhi a terra, per resistere. Poi guardai.

Era vero, si vedeva, un po’ sfuocata, sì.  Ma si vedeva, eccome.

 

NELLA NOSTRA VECCHIA CASA

 Non vedo più niente che mi ricordi il passato e tutti quegli anni ad aprire e chiudere porte.
C'è solo, quasi a mezz'aria, come l'impressione di uno sguardo che mi segue, che cerca ancora di accompagnarmi da qualche parte, lì, di fuori.
Ma lentamente, come un vapore di acqua calda, l'impressione scompare, si allontana. Sento che quegli occhi se ne vanno e, forse, mi precedono, da qualche parte. Chiudo le porte. Non le aprirò più. Per ora.

 

I TRENI DEL VENERDI’ SERA

 Ciao,

fa uno strano effetto rivederti praticamente in transito, riproducendo cioè, in tempo reale, il modo in cui da tanti anni attraversi i miei pensieri. Mi chiedo cosa posso gettarti, cosa posso mettere di mio in questa cornice già pronta a partire, già sul punto di diventare solo un ulteriore, mezzo-ricordo…Mi chiedo come posso spiare dietro il sorriso ovvio che ci scambiamo…Potrei dirti che nonostante le molte opzioni non tutto è andato proprio come speravo nella mia vita, ma il “poteva andare peggio” non lo voglio dire e pretendo mi sia risparmiato.

Per fortuna tu la pensi come me, lo capisco dal sollievo con cui appena il treno riparte e da come sventoli  la "Gazzetta dello Sport" come saluto. Poi chiudi il finestrino.